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Commodities, tra rischi e nuove opportunità

Tutto è iniziato lo scorso novembre con la riunione dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), durante la quale è stato deciso di lasciare invariato il livello di produzione del greggio a 30 milioni di barili al giorno.

Prima del meeting, il prezzo era già sceso di circa il 36% rispetto a giugno dello stesso anno e il mantenere inalterato il livello di produzione ha creato notevoli pressioni ribassiste sul prezzo del petrolio: una domanda in calo da Cina ed Europa, combinata con una solida crescita della produzione negli Stati Uniti e con la protezione in Asia delle quote di mercato dell’Arabia Saudita, hanno creato (e stanno tuttora stanno creando) un forte eccesso di offerta, con conseguenze inevitabili per il prezzo del petrolio.

Durante gli ultimi tre mesi, i principali indici legati al petrolio hanno in gran parte scambiato al di sotto dei 50 dollari al barile (lo stesso livello visto durante la crisi) e non è da escludersi che nei prossimi giorni possa raggiungere il livello più basso dal 2003 (quando la crescita cinese iniziò ad accelerare).

Le ragioni del crollo del prezzo delle materie prime.

Il problema non riguarda solo il petrolio. Il Bloomberg Commodity Index, che riassume le performance di 22 risorse naturali è sceso di due terzi rispetto al picco del 2008, al livello più basso dal 1999.

L’andamento mostra come il prezzo delle materie prime sia tornato ai valori iniziali, come se il superciclo degli ultimi 15 anni, quando la fame di carbone, petrolio e metalli dai produttori cinesi creò un mercato rialzista fino al 2011, non sia mai esistito.

Sono molti i fattori a cui può essere attribuito il crollo dei prezzi delle materie prime. Prima di tutto, come già detto, il rallentamento dell’economia cinese è una questione fondamentale; la Cina è stato il motore più importante per la domanda di materie prime da quando iniziò a registrare tassi di crescita del PIL a doppia cifra.

Nel 2000, la Cina consumava infatti il 12% della domanda mondiale di metallo, mentre ora la percentuale è salita al 50%. Riguardo all’acciaio in particolare, la domanda cinese è più grande di quella di Russia, India, Giappone e Korea messe insieme e tra il 1998 e il 2008, la domanda di ferro è cresciuta di più di cinque volte.

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Ma alla fine del 2014, la percentuale cinese di consumo globale di petrolio era pari al 10%; per rame e zinco era al 45% e per l’alluminio e il nickel superiore al 50%.

Ecco perché la crescita cinese è così importante per bilanciare domanda e offerta di materie prime e per quali ragioni il recente crollo nell’import e nell’export cinesi abbiano influito sui relativi prezzi.

Un altro fattore che ha contribuito e contribuisce alla debolezza dei prezzi delle materie prime è il forte apprezzamento del dollaro statunitense nell’ultimo anno.

Il grafico sottostante illustra le performances del Trade Weigheted Dollar, ossia la media dei tassi di cambio contro i principali paesi, pesata per la relativa importanza dei paesi nel commercio con gli Stati Uniti.  Si nota subito come il forte apprezzamento dal 2011 sia profondamente correlato al crollo dei prezzi delle materie prime.

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Ma perché un dollaro forte dovrebbe impattare sulle performance delle commodity?

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La ragione principale è che tutte le materie prime sono prezzate in dollari. Quando il dollaro si rafforza, ceteris paribus, ci vorranno meno dollari per comprare una determinata materia prima e da questo il ribasso dei prezzi.

Oltre a questo però, ci sono effetti più indiretti, ma ugualmente importanti. Una valuta che si indebolisce (in risposta a un dollaro molto forte) tipicamente genererà un rialzo dei prezzi espressi in valuta domestica. In risposta a queste pressioni inflazionistiche, la banca centrale di un paese importatore può ricorrere a misure restrittive, diminuendo quindi la domanda aggregata, incluso quella per materie prime. Inoltre, oltre che ad agire sulla domanda delle economie più esposte al dollaro, l’apprezzamento della valuta impatta anche sull’offerta di materie prime; si pensi infatti alle società che esportano materie prime, che si trovano in breve periodo a produrre in valuta debole (moneta locale) e a vendere in valuta forte (il dollaro USA). I loro margini di profitto aumentano in pochissimo tempo e gli incentivi a tagliare la produzione sono ben pochi.

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Quest’ultima considerazione sul fatto di come un dollaro forte possa non solo indebolire la domanda ma incentivare la produzione di petrolio, è oggi cruciale, dato che il recente apprezzamento è stato possibile grazie al deflusso di captali dai mercati emergenti. Se si guarda ai movimenti delle valute dei maggiori esportatori di petrolio e materie prime contro il dollaro, notiamo come il rublo russo abbia perso il 30.3% nell’ultimo anno, il real brasiliano il 31.1%, la corona norvegese il 21.6%, il dollaro canadese il 16.0% e il peso colombiano il 30.6%. Solo il Riyal saudita è rimasto pressoché inalterato, ma come molti sostengono, probabilmente ancora per poco.

Una valuta debole crea, come già detto, grandi pressioni inflazioniste all’interno del paese, danneggiando l’industria locale e il sistema finanziario delle economie colpite, in particolari quelle emergenti. Ma le società orientate all’export, come le compagnie minerarie o di estrazione, hanno ben pochi incentivi a tagliare la produzione.

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Data l’importanza del dollaro nel regolare la domanda e l’offerta di materie prime, il rialzo dei tassi da parte della Fed rimane un elemento centrale per il mondo delle commodity.

Dopo essere stato grosso modo stabile dall’inizio dell’anno (dopo il rally nel 2014), il Trade Weighted Dollar nominale (contro le maggiori valute) è risalito improvvisamente al livello più alto 2003.

È ora il 35% più forte rispetto all’estate del 2011 e solo il 20% più debole rispetto al livello più alto degli ultimi 15 anni, raggiunto nel febbraio 2002.

Il dollaro sta quindi rompendo al rialzo come lo spread tra i titoli di stato a 2 anni statunitensi e tedeschi, che ha raggiunto il livello più ampio dal 2006.

Se il dollaro dovesse continuare a raggiungere nuovi massimi, la pressione su azioni dei mercati emergenti e sul prezzo delle materie prime potrebbe continuare a salire.

D’altro lato, il World Trade Index (petrolio scambiato alla borsa americana) è solo pochi punti percentuali dai minimi di agosto. Anche tutte le altre materie prime più cicliche (rame, acciaio) hanno già superato al ribasso i precedenti limiti e l’oro, in vista dell’imminente rialzo dei tassi da parte della Fed, continua a registrare nuovi minimi. Dato anche il forte rialzo del dollaro, potrebbe essere che i mercati abbiano già scontato gli effetti del molto anticipato rialzo dei tassi d’interesse USA, e pertanto la valuta statunitense potrebbe non rafforzarsi ancora ulteriormente. In questo secondo scenario, le attuali valutazioni delle materie prime potrebbero rappresentare una buona opportunità di acquisto.

Ultimo ma non meno importante, va considerato il rischio geopolitico legato all’area mediorientale. Un eventuale aggravamento delle varie situazioni di crisi in quell’area, così come l’inasprirsi dei rapporti tra Russia e Turchia, potrebbero far aumentare il prezzo del petrolio. E dato che il petrolio ha un chiaro effetto magnetico su tutto il settore, potrebbe spingere al rialzo tutti i prezzi delle materie prime, generare pressioni inflazionistiche e spingere gli investitori a investimenti più sicuri, come può essere l’oro.

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