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Commercio, protezionismo e Trump

LucaDixit_template

Gli Stati Uniti hanno un nuovo presidente la cui visione sul commercio internazionale (essenzialmente: il libero scambio è sbagliato) è opposta a quella prevalente nel pensiero economico classico. Alzare le tariffe commerciali negli U.S.A. potrebbe scatenare una reazione simile nelle controparti estere, con ovvie conseguenze negative per la crescita globale.

Cosa mi preoccupa degli U.S.A.

Per prima cosa, il presidente ha già fatto sapere a numerose imprese (note case automobilistiche) che i loro investimenti dovrebbero essere in suolo americano e non in Messico. E questo suggerimento ha già in parte ottenuto gli effetti auspicati…o

In secondo luogo, è importante ricordare che negli Stati Uniti il Presidente ha generalmente un buon grado di discrezionalità sulle politiche di scambio – molto più che sulla tassazione, per esempio, dove necessita invece del supporto del Congresso.

Terzo, i consiglieri nominati da Trump in materia di scambi condividono la sua stessa visione. Si pensi a Robert Lightizer, nuovo rappresentante degli scambi USA, o a Peter Navarro, neo direttore del Consiglio Nazionale sugli Scambi (l’autore di “Death By China: Confronting the Dragon. A Global Call to Action”).

Inoltre, teniamo in considerazione l’impatto che il protezionismo potrebbe avere. Le opinioni variano ma gli economisti di Morgan Stanley hanno pubblicato un grafico molto interessante. Secondo le loro stime, l’istituzione di una tariffa commerciale porterebbe ad un generale aumento della crescita nel breve termine per gli USA, per poi crollare drasticamente nel lungo.

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Infine, ricordiamoci che gli Stati Uniti non sono mai stati un’economia particolarmente aperta e i cittadini si interessano relativamente meno agli scambi. Solitamente si definisce l’apertura di un Paese con gli scambi totali (import/export) in percentuale del PIL e, guardando i numeri del 2015, è evidente che gli U.S.A. sono una delle economie più chiuse rispetto a questo parametro: gli scambi in % al PIL sono stati intorno al 28%. Per darvi un’idea, sempre nel 2015, in Gran Bretagna erano il 56% e in Italia il 57%. L’economia più chiusa del 2015 (tra quelle di cui abbiamo dati disponibili) è stata quella del Sudan con un bassissimo 19%.

Quale impatto sugli investimenti

La reazione dei portafogli potrebbe essere mista. Da un lato, le preoccupazioni in materia di scambi internazionali circolano ormai da qualche tempo. Il pesos messicano vi ha purtroppo dovuto fare i conti e ne ha chiaramente sofferto. Si potrebbe quindi dire che questi timori sono già stati prezzati dai mercati.

Ad ogni modo, guardando alle valutazioni stellari degli asset rischiosi, è difficile dire che essi stiano realmente prezzando uno sfavorevole scenario di guerra sulle tariffe – visti anche i prezzi dell’azionario globale.

In conclusione, il ragionamento di fondo è che le conseguenze potrebbero appartenere a due opposti scenari, ma la vendita di titoli sui Mercati Emergenti, per esempio, potrebbe costituire una buona occasione per gli investitori nel lungo termine.

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