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FED, cambio radicale di strategia. Quale impatto sui mercati?

Questa settimana a Jackson Hole, il consueto simposio che riunisce ogni anno i principali attori del mondo finanziario ed economico, il governatore della Federal Reserve Jerome Powell ha annunciato un cambio di strategia decisamente rilevante da parte della banca centrale più importante del mondo.

Ricordiamo che la strategia della FED si muove su due binari: mercato del lavoro e andamento dei prezzi. Il suo mantra è sempre stato “massimo impiego e un andamento dei prezzi stabili” e fino a questa settimana, in ottemperanza a tale mandato, qualsiasi segnale di accelerazione dei prezzi oltre il 2% (soglia ritenuta idonea a un ambiente economico sano) o di un mercato del lavoro vicino al massimo impiego ne avrebbe causato l’azione restrittiva. Da oggi pare che non sarà più così. 

L’andamento dei prezzi target sarà intorno a una media la cui metodologia di calcolo è ancora poco chiara, ad ogni modo concederà ai prezzi di crescere anche oltre il 2% per un certo periodo di tempo, senza necessariamente correre ai ripari invertendo la direzione della sua politica monetaria. 

La seconda novità, ben più importante, riguarda il monitoraggio del mercato del lavoro. Se prima la banca centrale valutava in maniera simmetrica gli scostamenti dal massimo impiego – politica restrittiva quando la disoccupazione è troppo bassa, viceversa quando la disoccupazione è troppo alta – sembra che da oggi la reazione sarà totalmente asimmetrica. Interessante quindi il passaggio da “deviations” (deviazioni) a “shortfall”, traducibile con deficit, carenza.

Si tratta di un passaggio molto importante, che riconosce a nostro avviso sostanzialmente tre cose: 

  • la rottura della famosa curva di Phillips, che a bassa disoccupazione associava necessariamente un’inflazione in accelerazione; 
  • un cambiamento del mercato del lavoro dovuto alla rivoluzione industriale in atto, con cambiamenti molto profondi nella dinamica capitale-lavoro;
  • infine la difficoltà di monitorare e ridurre a un numero questioni importanti come il lavoro, così come l’inflazione. 

Impatto sui mercati

In generale ci sembra che il governatore abbia voluto garantire alla FED una notevole libertà di azione, rendendo i mandati più flessibili. Forse il focus asimmetrico sul mercato del lavoro nasce dall’esigenza di lasciarsi ulteriori margini di manovra nel caso la recessione da Covid-19 peggiorasse ulteriormente. 

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Per il momento ci sentiamo di dire che l’impatto sui mercati nel breve e nel medio termine è meno immediato di quanto si possa pensare, anche perché una grossa questione rimane ancora oscura: le azioni della banca centrale hanno un impatto significativo sull’economia reale oppure l’inflazione generata si scarica prevalentemente sulle asset class finanziarie, come successo negli ultimi anni?

I tassi sono già a zero, come del resto lo sono stati in gran parte del decennio passato, e le aspettative degli operatori erano già ben ancorate allo zero per almeno i prossimi due anni. Nessuno di noi si aspettava di vedere a breve un rialzo dei tassi d’interesse e quindi sui tassi a breve scadenza non ci sono grandi sorprese.

Per i tassi a scadenza più lunga, invece, dove l’inflazione occupa una parte importante nel determinare il tasso di rendimento, per ora i mercati sembrano dare come più probabile un rialzo dell’inflazione. I tassi si sono mossi al rialzo, il dollaro ha ripreso a deprezzarsi, mentre l’oro non sembra aver avuto alcun beneficio immediato se non quello legato al dollaro più debole. Si tratta comunque di movimenti di limitata grandezza. 

Queste performance si inseriscono in un quadro settimanale positivo per l’azionario e negativo per l’obbligazionario, alla luce delle aspettative di inflazione che comunque stavano tornando ai livelli pre-Covid già da diverse settimane.

Le materie prime continuano a beneficiare quindi sia delle aspettative di inflazione in crescita sia di un andamento economico tuttora in miglioramento. Segnaliamo a tal proposito la revisione al rialzo della misura del PIL americano per il secondo trimestre. Si parla ovviamente di pochi punti a fronte di un calo a doppia cifra, però questo è rilevante se si considerano gli altri dati economici usciti questa settimana su vendite e ordinativi industriali, che anche in Europa sono in crescita rispetto ai mesi precedenti e con i dati passati rivisti al rialzo (per i dati economici spesso le misure sono aggiustate nei mesi successivi).

Questo conferma quanto detto nelle settimane di agosto, dove una stagione degli utili solida aveva confermato che il danno economico per il secondo trimestre era stato meno dannoso del previsto. Ora la partita si gioca sulla fine del terzo trimestre, e a tal proposito segnaliamo un rallentamento delle misure economiche a frequenza più alta.

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