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Brent in caduta libera col “benestare” dell’Opec

Prezzo del petrolio

L’Opec ha deciso: nessun taglio alla produzione. Saranno le leggi di mercato a riequilibrare domanda e offerta.

Uno storico braccio di ferro quello che da ormai 54 anni coinvolge l’Opec (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) da un lato e i produttori occidentali dall’altro.

Una guerra fatta di quote di mercato, livelli di produzione e ovviamente di prezzi altalenanti che, nel corso dei decenni, ha interessato tutti, dalle compagnie produttrici fino ai consumatori finali.

Se fino agli anni Sessanta, infatti, il mercato del greggio era monopolizzato dalle Sette Sorelle (il cartello nato dall’unione tra 5 compagnie petrolifere statunitensi e due gruppi europei), a partire dalla fondazione dell’Opec si è assistito allo scontro tra i due attori principali del mercato dell’oro nero.

Da allora, per il prezioso oggetto del contendere, e dato il complesso intreccio di rapporti geopolitici sottostanti, si sono susseguite svariate crisi energetiche e conseguenti periodi di instabilità economica e politica, a dimostrazione di quanto il mercato del greggio possa condizionare, e a sua volta possa esser condizionato, dagli equilibri internazionali.

Ecco perché da un paio di mesi, e in particolare questi giorni, dopo la riunione dell’Opec a Vienna, si sono riaccesi i fari sul  petrolio e sul suo andamento di mercato.

Dallo scorso luglio il prezzo del petrolio è in caduta libera, e in ottobre i prezzi del petrolio Wti e del Brent sono crollati di circa 10 dollari al barile toccando i minimi rispettivamente da giugno 2012 e dicembre 2010.

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I due tipi di petrolio, rispettivamente scambiati sulle piazze del New York Mercantile Exchange (NYMEX) e del London International Petroleum Exchange, danno luogo a un mercato particolarmente complesso dove il prezzo del greggio a barile viene determinato in base al trend globale di domanda e offerta. Ecco perché, semplificando, secondo alcuni analisti, a provocare il crollo dei prezzi sarebbero stati prevalentemente i seguenti fattori: l’eccesso di produzione, determinato dal maggior livello di estrazione registrato negli Usa negli ultimi trent’anni, e la crisi economica (con annessa deflazione) che ha colpito l’Europa. A ciò, inoltre, si aggiunge la strategia dei sauditi che qualche mese fa hanno rivisto al ribasso il prezzo del greggio.

Per questo l’Opec, durante il Meeting di Vienna del 27 novembre, ha dichiarato di non voler ridurre la produzione di greggio e di voler lasciare che sia il mercato a determinare, senza correttivi, il prezzo del greggio.

Una decisione storica che parrebbe promuovere la via del liberismo ma che cela, in maniera neanche troppo velata, la volontà di proteggere le proprie quote di mercato e costringere gli americani a tagliare i loro livelli di produzione.

«Rallegratevi» avrebbe detto il segretario generale dell’Opec Abdallah El Badri ai giornalisti durante la conferenza stampa successiva al Meeting, «ora potrete risparmiare quando fate il pieno all’automobile».

Certo gli effetti sul costo delle benzina si sono fatti sentire ma è chiaro che dietro a un risvolto positivo se ne celano altrettanti negativi e controproducenti, soprattutto per produttori come la Nigeria, il Venezuela, l’Iran e la Russia.

Insomma, una “guerra” tra Opec e Usa dove forse, ancora una volta, non ci saranno né vinti né vincitori ma solo feriti costretti a soccombere alla regole del gioco.

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