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Boris Johnson stravince le elezioni. Ma risolverà davvero la Brexit?

Come una rana sotto l’erpice

Tre anni fa, in un fine settimana di inizio estate, Boris Johnson viveva una lacerante indecisione. A poche settimane dal referendum che avrebbe deciso le sorti della Brexit, non si era ancora espresso. Eppure il voto era ormai prossimo ed era tempo di prendere una decisione, che sarebbe stata resa pubblica in un editoriale sul Daily Telegraph, uno dei più influenti giornali conservatori. Così, per schiarirsi le idee, Johnson decise di scrivere due articoli: uno nel quale sosteneva la necessità di restare nell’Unione Europea e un altro nel quale sposava la causa della Brexit. Quest’ultimo fu l’articolo che poi decise di pubblicare.

La scelta presa da Johnson durante quel fine settimana ha condizionato la politica e la storia recente della Gran Bretagna e dell’Unione Europea. Il suo contributo è stato, secondo molti osservatori, cruciale nel condizionare il referendum sulla Brexit, che era osteggiata dal suo stesso partito. Per spiegare il voltafaccia al suo rivale e compagno di scuola David Cameron Johnson scelse una similitudine dello scrittore Rudyard Kipling: “Scusami, la Brexit finirà schiacciata come una rana sotto l’erpice. Ma questa era la scelta che dovevo fare…”.

A tre anni dal referendum, sotto un erpice sono invece finite moltissime delle convenzioni della politica britannica, la cui geografia è uscita sconvolta dalle ultime elezioni. David Cameron non è più in politica e il Partito Conservatore, riorganizzato da Johnson intorno a un’agenda concentrata sulla Brexit, ha stravinto le elezioni, trionfando anche in molte zone del Paese storicamente a sostegno ai laburisti. L’ethaniano Johnson ha conteso al socialista Corbyn i voti della working class in moltissime località che non avevano un rappresentante conservatore anche da 50 o 70 anni.

Il Partito Laburista, che ha subìto la peggiore sconfitta degli ultimi trent’anni, ha pagato errori strategici nel posizionarsi rispetto alla questione politica più importante per gli elettori. Al contrario, Johnson è riuscito a polarizzare il voto delle persone favorevoli alla Brexit e il desiderio – condiviso da coloro che avevano votato “leave” ma non solo – di chiudere il più presto possibile la questione, dopo tre anni di stallo e crisi. Boris Johnson è riuscito nel capolavoro politico di non farsi associare alla gestione della crisi politica e istituzionale fatta dal suo partito (sotto la guida di Theresa May) e di presentarsi come l’uomo in grado di risolvere lo stallo, spostandosi verso una forma inedita di nazionalismo. “Chiudiamo la Brexit”: questo è stato il mantra che ha ripetuto come un’ossessione.

Done with Brexit?

Possiamo considerare veramente chiusa la questione? Probabilmente no. L’unica certezza è che la Brexit avverrà e che la maggioranza a Westminster ha ora i margini e la compattezza per gestire il processo politico senza più ripensamenti. Boris, galvanizzato da una vittoria più ampia delle aspettative, ha parlato di “un mandato chiaro” e ha fatto trapelare l’intenzione di procedere a tappe forzate per rispettare la deadline di dicembre.

L’accordo che Johnson ha siglato con l’Unione Europea, tuttavia, è di fatto un modo per rimandare alcune delle questioni più rilevanti sotto il profilo economico, politico e finanziario. Le parti in causa avranno ora fino a dicembre 2020 per definire i propri rapporti e questo particolare è ovviamente di grande rilevanza nel valutare l’impatto della Brexit sui mercati nel medio termine.

È possibile che nei prossimi mesi alcune catene del valore subiscano le conseguenze dell’incertezza legata al negoziato e di eventuali nuove regole. Non bisogna inoltre sottovalutare la sfida operativa e logistica che la Brexit pone sulle amministrazioni pubbliche per continuare a garantire una circolazione senza intoppi delle merci.

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È impossibile escludere una “Brexit dura”, senza accordo commerciale: un’eventualità che potrebbe avere un impatto negativo sul mercato. Questa incertezza è legata a un processo politico e negoziale che attraverserà varie fasi e che non possiamo prevedere.

In definitiva, è ragionevole immaginare che la “fase 2” della Brexit resterà un potenziale fattore di mercato almeno per un altro anno. Ci possiamo aspettare che il tema comincerà ad assumere maggiore rilevanza man mano che la scadenza di dicembre si avvicina senza che le parti abbiano definito un accordo. Tuttavia è plausibile che il risultato elettorale possa agevolare l’apertura di una nuova fase nel rapporto tra Regno Unito e Unione Europea eliminando complessità del processo politico. Boris Johnson è ora forte di un chiaro mandato, e l’Unione Europea potrebbe assumere un atteggiamento più benevolo ora che la possibilità di invertire il processo Brexit si è affievolita. Johnson non ha mai avuto mano libera per spiegare che tipo di Brexit desiderasse veramente, oscillando tra posizioni più morbide e posizioni più oltranziste a seconda dell’opportunità politica: ora finalmente avrà la possibilità di chiarire meglio la sua agenda.

L’unione a rischio?

C’è poi la questione del confine nord irlandese. Stando all’accordo che Johnson dovrebbe approvare, bisogna stabilire un confine non intrusivo nel Mar d’Irlanda. Va da sé che questa operazione presenta più di una criticità. Per citare un documento del Ministero dell’Interno britannico pubblicato dal Financial Times, sarà una sfida “strategica, politica e operativa”.

Più in generale, il successo dei partiti nazionalisti in Scozia e nell’Irlanda del Nord sta a testimoniare che il progetto unitario e unitarista di Johnson (One Nation Conservative Party) ha più di qualche ostacolo: l’Inghilterra sembra oggi aver preso una direzione marcatamente diversa dal resto dell’Unione. Per ovviare a queste difficoltà Johnson metterà mano al portafoglio, allargando i cordoni della spesa pubblica: nel medio termine è da valutare l’effetto sugli spread per l’obbligazionario governativo, anche se un ritorno alla spesa potrebbe avere un effetto positivo sulla crescita.

Impatto di mercato

Nel breve periodo, Sterlina e FTSE hanno celebrato con un mini-rally, anche perché è scongiurato l’aumento della tassa sui profitti presentato dai Laburisti.

Guardando al futuro, la situazione oltre manica merita di continuare a essere monitorata con attenzione. E ne considereremo tutti gli aspetti quando si tratterà di valutare il nostro posizionamento su azionario e bond governativi britannici, che oggi resta comunque limitato.

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