Questa settimana la Federal Reserve statunitense, la Bank of England e la Banca Centrale Europea hanno tutte lasciato invariati i tassi di interesse, in linea con le aspettative di mercato. Tuttavia, al di là dei titoli, l’impatto dell’attuale conflitto in Medio Oriente è apparso evidente sotto diversi aspetti.
Lo si può osservare innanzitutto nelle votazioni. Negli Stati Uniti, i membri della Fed hanno votato 11 a 1 a favore del mantenimento dei tassi invariati. Solo Stephen Miran, nominato da Donald Trump, ha continuato a sostenere la necessità di un taglio. Nel Regno Unito, invece, i policy-maker hanno votato all’unanimità per mantenere i tassi fermi, un cambiamento significativo rispetto a metà febbraio, quando quattro membri su nove si erano espressi a favore di una riduzione.
Lo si vede anche nelle previsioni. La Federal Reserve ha pubblicato le nuove proiezioni economiche, indicando un’inflazione al 2,7% per il 2026, rispetto al 2,4% stimato a dicembre 2025. Anche la Bce ha rivisto al rialzo le proprie stime, prevedendo un’inflazione al 2,6% nel 2026 contro l’1,9% indicato lo scorso dicembre. Contestualmente, ha ridotto le prospettive di crescita dell’Eurozona allo 0,9% per il 2026, rispetto all’1,2% stimato a fine 2025.
Anche le aspettative di mercato sui tassi sono cambiate in modo significativo. Nel Regno Unito, gli investitori prevedono ora fino a tre rialzi da 0,25% nel corso del prossimo anno. Nell’Eurozona, le aspettative incorporano due rialzi dei tassi nello stesso periodo.
Per quanto riguarda l’economia globale, un periodo prolungato di prezzi energetici elevati potrebbe tradursi in un mix di inflazione più alta e crescita più debole, uno scenario complesso per le banche centrali. È difficile prevedere quanto potrà durare questa fase: più rilevanti saranno i danni alle infrastrutture energetiche, più tempo sarà necessario affinché l’offerta torni alla normalità, anche una volta terminato il conflitto. Negli ultimi giorni abbiamo già visto cambiare le aspettative, con gli investitori che iniziano a considerare uno scenario di prezzi dell’energia elevati più a lungo. Allo stesso tempo, uno degli elementi più complessi resta la rapidità con cui il sentiment può cambiare: i mercati hanno reagito velocemente anche a piccoli segnali di possibile de-escalation, rendendo particolarmente difficile operare con una logica di breve termine.
È naturale pensare a possibili analogie con quanto accaduto nel 2022, in particolare per il mercato obbligazionario, ma riteniamo opportuno evitare paragoni troppo diretti. I livelli di rendimento di partenza oggi (a fine febbraio) sono significativamente più elevati rispetto alla fine del 2021. Inoltre, è probabile che le banche centrali reagiscano più rapidamente rispetto al passato di fronte a nuove pressioni inflazionistiche.
In termini di posizionamento, manteniamo un approccio prudente. In alcuni portafogli abbiamo ridotto l’esposizione alle obbligazioni a lunga scadenza, mentre l’allocazione azionaria è rimasta in gran parte invariata. Siamo consapevoli che i rendimenti obbligazionari sono già saliti, soprattutto nel Regno Unito, dove i titoli di Stato decennali sono passati da circa il 4,25% di fine febbraio a quasi il 4,9%. Il dibattito interno al team si concentra ora sull’eventuale opportunità di aumentare nuovamente l’esposizione su questo segmento.
Continuiamo a monitorare l’evoluzione della crisi e ad apportare modifiche ai portafogli quando necessario.
*Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. È importante considerare la tua tolleranza al rischio e gli obiettivi d’investimento prima di procedere.





