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L’ambizioso piano di Trump per tagliare le tasse è lungo una sola pagina

LucaDixit_template

Sul fatto che Donald Trump sia una persona ambiziosa ci sono pochi dubbi. Il nuovo presidente americano non conosce mezze misure. Ha promesso che sarà il “più grande Presidente che Dio abbia mandato in terra” e per raggiungere questo obiettivo è irrinunciabile mettere in atto “il più grande piano di taglio delle tasse della storia americana”. Insieme all’ambizione, un’altra caratteristica dell’inquilino della Casa Bianca è la capacità di non perdersi in chiacchiere. Questa può essere interpretata come “dinamismo” se siete tra i suoi sostenitori, oppure come “approssimazione” se siete tra i suoi detrattori.

Fedele al suo stile, il documento con cui il grande piano è stato presentato è lungo una sola pagina. La misura da copertina è la riduzione della tassa sul reddito delle imprese dal 30% al 15%. A questa si aggiunge una leggera sforbiciata delle imposte personali (riducendo il numero degli scaglioni). Ci sono anche dei piani per incoraggiare il rimpatrio dei soldi tenuti in conti bancari esteri dalle compagnie americane – un meccanismo simile allo scudo fiscale di berlusconiana memoria. Il piano è tanto ambizioso quanto privo di dettagli – il che rende un’analisi approfondita sulle misure in qualche modo complicata.

Quello che si può dire è che le tasse sulle imprese negli Stati Uniti sono alte se considerate nel contesto globale, seconde solo a quelle della Colombia (in Italia l’aliquota Ires è da quest’anno al 24%, fino al 2016 era al 27,5%). Anche se il carico fiscale effettivo che molte grandi multinazionali pagano è più ridotto, specialmente in virtù dei loro introiti all’estero, la scelta di abbassare la tassa sulle imprese non è illogica per un’amministrazione repubblicana.

Chi paga il conto?

Diminuire le tasse ha però un costo. La Committee for a Responsible and Federal Budget lo ha stimato in questo caso tra i 3000 e i 7000 miliardi di Dollari, un conto non da poco. Per coprire un ammanco del genere per le casse dello Stato ci sono due modi: o creare nuovo debito, oppure ridurre la spesa pubblica. Se si è molto ottimisti, si potrebbe addirittura sostenere che l’attività economica crescerà per via della riduzione delle tasse e che il gettito fiscale potrebbe per questo aumentare.

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I precedenti storici sono controversi sulla validità di questa teoria – e questo lo sanno anche i repubblicani americani. Quando Reagan propose il suo taglio delle tasse del 1981, che studiò per più di un anno con il contributo di diversi consulenti dentro e fuori dall’amministrazione, era motivato dalla stessa idea, ispirato dall’impulso dell’economista Arthur Laffer. Purtroppo la crescita non compensò i mancati introiti se non dopo molti anni e il presidente americano dovette correggere il tiro alzando parzialmente alcune imposte.

Il quadro politico complica ancora di più la situazione: i democratici difficilmente sosterranno un taglio delle tasse che sembrerebbe sbilanciato verso i più ricchi, i repubblicani, da canto loro, vorranno evitare di aumentare la spesa pubblica. Questo vuol dire che l’unico modo per finanziare la riforma nel breve è il taglio della spesa pubblica. Quello che è sicuro è che ci sarà molto da dibattere prima che il piano venga approvato.

Come reagiranno i mercati alla notizia della riforma?

È presto per esserne sicuri, in un primo momento probabilmente vedremo un po’ di delusione, simile a quella che ha seguito il fallito stralcio dell’Obamacare. Un documento di una pagina difficilmente genererà molta euforia nei mercati azionari, soprattutto perché la misura era stata ampiamente annunciata. La prospettiva di compensare i minori introiti con la crescita non sembra a portata di mano, quindi ci aspetta un processo politico molto duro. Se l’amministrazione americana riuscirà però a varare una riduzione fiscale realistica e sostenibile e a semplificare il sistema fiscale, allora prepariamoci a vedere i listini festeggiare.

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