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Bitcoin e antiriciclaggio. Due storie parallele

Bitcoins

I Bitcoin sono sempre al centro della discussione quando si parla di innovazione tecnologica e pagamenti. Quello però che pochi sanno è che esistono molte altre realtà simili ai Bitcoin, diffuse a livello globale. E una di queste è Liberty Reserve.

Liberty Reserve, il predecessore dei Bitcoin.

Liberty Reserve era uno dei più popolari servizi di scambio digitale di moneta, nato con l’intento del suo fondatore, Arthur Budovsky, di offrire a chiunque un servizio simile a quello di PayPal, ma accessibile anche a chi non avesse un conto corrente o una carta di credito. Per un periodo abbastanza lungo, Liberty Reserve riuscì nel suo intento, gestendo in modo centralizzato le transazioni di milioni di persone che potevano registrarsi e trasferire denaro inserendo solamente i propri dati anagrafici e email, depositando i contanti attraverso dei servizi di terze parti.

Un paio di anni fa però, raggiunta la sua massima diffusione, con all’attivo miliardi di transazioni processate, LR è stato chiuso dal governo statunitense a causa di un grosso problema di anti-riciclaggio. Il servizio infatti, non aveva previsto alcun controllo per verificare l’identità dei propri utenti e grazie a questa mancanza veniva usato in modo illegale da criminali e malintenzionati per inviare e riciclare denaro per un ammontare stimato di circa 6 miliardi di dollari. Denaro che finiva per finanziare o pagare operazioni illecite come la vendita di dati sensibili rubati da banche o altri servizi di pagamento.

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Un problema etico.

Questa storia, sebbene ormai passata, dovrebbe insegnare molto sullo stato attuale dei servizi di pagamento digitali come i Bitcoin. Un sistema di pagamento digitale, che sia fisico, centralizzato o distribuito come i Bitcoin, senza alcuna autorità di vigilanza che permette di inviare denaro in forma del tutto anonima, nonostante presenti innumerevoli vantaggi dal punto di vista pratico, ha dei grossi problemi di sicurezza. Non tanto la sicurezza delle transazioni effettuate e il furto di denaro dai portafogli virtuali ma la sicurezza pubblica che viene minata dalla mancanza di un sistema di controllo del riciclaggio di denaro. Le monete virtuali aggiungono infatti un livello di complessità in più a quello che è il lavoro e lo sforzo delle autorità di anti-riciclaggio perché, contrariamente ai trasferimenti di moneta tradizionale, non ci sono movimenti fisici di materiali da osservare o intercettare come prova di attività illecite.

Nonostante sia possibile apporre dei paletti all’ingresso, chiedendo ai più grandi centri di scambio di Bitcoin e gestione dei portafogli virtuali di effettuare dei controlli sull’apertura dei conti e il deposito di altre valute, ogni tentativo di controllo e limitazione dello scambio di moneta viene annullato proprio per la natura decentralizzata del sistema che permette scambi tra singoli portafogli indipendenti, esattamente come avviene tra privati con i classici contanti.

I Bitcoin sono quindi senza dubbio uno strumento interessante e utile che potrebbe cambiare la storia della società, ma portano con sé un problema di stampo etico. Occorre infatti chiedersi se è giusto contribuire alla diffusione di uno strumento che ha altresì il potenziale di cambiare il modo in cui sono stati concepiti i sistemi di pagamento fino ad ora ma che, al contempo, potrebbe finanziare le attività illegali di tutto il mondo.

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