Cosa significa il nuovo risiko bancario per i risparmiatori?

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Il risiko bancario italiano è entrato in una nuova fase e, ancora una volta, a cambiare non sono solo gli equilibri tra le banche, ma anche il modo in cui gli investitori si relazionano al proprio patrimonio. Questo mese Banco BPM ha proposto una fusione con Monte dei Paschi di Siena (MPS), ma Intesa Sanpaolo ha risposto con un’offerta pubblica sullo stesso istituto senese. Una mossa che ha ulteriormente alzato la posta in gioco, perché MPS aveva già incorporato Mediobanca e, con essa, circa il 13% di Generali, considerata il vero premio strategico dell’intera partita.

Quello di giugno, però, è solo l’ultimo capitolo di un processo iniziato nel 2025 e che sta ridisegnando il panorama del credito e del risparmio in Italia. Banco BPM ha acquisito il gestore Anima, la più grande società di risparmio indipendente del Paese; MPS ha promosso la fusione con Mediobanca; BPER ha incorporato la Popolare di Sondrio e Banca Ifis ha rilevato Illimity.

Sullo sfondo, anche gli equilibri internazionali si stanno ridefinendo: Crédit Agricole è salita a oltre il 20% di Banco BPM, rafforzando il proprio ruolo di primo azionista, mentre UniCredit, dopo il tentativo fallito di acquisire Banco BPM nel 2025, ha spostato l’attenzione sulla tedesca Commerzbank.

Se queste operazioni avranno successo, ci ritroveremo con un settore molto più concentrato e interconnesso. A fine 2025, i primi cinque gruppi controllavano già il 68% degli attivi, a conferma di un trend che dura da molti anni, con il numero degli istituti passato dai circa mille dei primi anni Novanta a poco più di 400 oggi. L’ultimo riassetto rafforza l’integrazione tra i principali poli bancari nazionali e disegna un nuovo scenario con pochi grandi attori sempre più integrati. 

Ciò ha conseguenze rilevanti anche per il settore del risparmio italiano, che è già molto concentrato, con le principali società di gestione del risparmio (SGR) che fanno capo a grandi gruppi bancari e assicurativi. Questo significa che Generali, Intesa e Crédit Agricole (quest’ultima tramite Amundi), attraverso le rispettive SGR, controllano circa la metà delle masse. Se l’Opas di Intesa su MPS dovesse avere successo, Intesa diventerebbe il primo azionista di Generali, rafforzando la propria presenza nel risparmio gestito e nelle assicurazioni. Tradotto: il gruppo, già leader nel gestito (con Eurizon e Fideuram), metterebbe un piede anche nella più grande assicurazione italiana, che a sua volta amministra centinaia di miliardi di risparmi.

Cosa cambia per i risparmiatori?

Se la saga delle acquisizioni e delle fusioni affascina appassionati di finanza e azionisti, non sempre ci si sofferma su quali siano le conseguenze per utenti e risparmiatori. Il fatto di avere pochi grandi gruppi consolidati ha sicuramente dei vantaggi ed è giusto riconoscerli. Abbiamo tutti in mente le storie di ‘risparmio tradito’: chi ha vissuto i dissesti degli anni passati sa quanto conti la solidità di chi custodisce i propri soldi. Avere gruppi più patrimonializzati, capaci di assorbire gli shock, di investire nelle nuove tecnologie e di reggere la concorrenza europea, è, in un certo senso, una garanzia.

Esiste, però, anche un tema di scelta e di concorrenza tra i servizi. Un mercato concentrato offre al cliente meno occasioni di spostarsi da un istituto all’altro e meno incentivi per gli istituti a offrire una proposta concorrenziale. Il tema è estremamente rilevante nel risparmio gestito italiano: un modello fondato sulla fiducia e sulla relazione personale tende a ‘trattenere’ il cliente, attenuando così la pressione competitiva tra gli operatori. 

Un’altra caratteristica del sistema italiano è quella dei modelli integrati, destinati a rafforzarsi ulteriormente in seguito a fusioni e acquisizioni, nonché alla scomparsa degli operatori indipendenti. Significa che lo stesso gruppo possiede la banca, la fabbrica dei prodotti (la società di gestione) e la rete che li collega. Un modello che può creare le condizioni favorevoli a potenziali conflitti strutturali e che, almeno nel contesto italiano, non sempre si traduce in benefici per il cliente finale. In Italia un fondo azionario costa in media circa il 2% l’anno, e questo è dovuto in gran parte al modello di distribuzione, con la Consob che qualche anno fa aveva stimato che fino al 70% delle commissioni di gestione fosse assorbito dalla distribuzione. I costi sui fondi sono tra i più alti d’Europa.

L’augurio, ovviamente, è che questo modello si evolva e che le fusioni portino investimenti ed efficienze a vantaggio dei clienti. In teoria, le economie di scala dovrebbero tradursi in servizi migliori e più economici, ma la storia insegna che i benefici delle sinergie tendono a restare agli azionisti, senza tradursi in commissioni più basse. 

Le acquisizioni, inoltre, non hanno fermato la chiusura degli sportelli: solo nel 2025 ne sono stati chiusi altri 516 e oggi il 44% dei comuni è senza banca, con circa cinque milioni di persone tagliate fuori dai servizi di prossimità. La riduzione degli sportelli non è in sé un male, se il canale tecnologico riesce a colmare il vuoto. Ma crediamo che la banca tradizionale abbia ancora strada da fare verso quei modelli di servizio ibridi, digitali e umani insieme, che noi, come altre aziende di nuova generazione, siamo stati tra i primi a strutturare. La convergenza verso questo tipo di servizi sta richiedendo più tempo di quanto anche noi avessimo previsto, e la scarsa concorrenza del sistema è una delle cause. Purtroppo a farne le spese può essere il cliente, che vede assottigliarsi i servizi di prossimità e non sempre trova nei grandi istituti la personalizzazione che la gestione del risparmio richiede.

Queste considerazioni non significano che manchino i lati positivi. Gruppi più grandi possono investire di più in tecnologia, sicurezza e Intelligenza Artificiale, diversificare i ricavi così da dipendere meno dall’andamento dei tassi, offrire più servizi sotto lo stesso tetto e competere con i colossi europei. La solidità, come abbiamo detto, è un bene per tutti. Il rischio è semmai l’opposto: che l’elevata concentrazione e la scarsa concorrenza creino un circolo vizioso di inerzia che penalizza il cliente e il risparmiatore.

Alla fine, è importante ricordarlo, il potere resta al cliente. Eppure spesso non lo esercita: secondo un’indagine di Altroconsumo (circa 27.500 risposte, dicembre 2024), il 50% degli intervistati ha la stessa banca da oltre 20 anni e il 73% da oltre 10. Per gli investimenti, c’è maggiore mobilità: circa un intervistato su due dice di rivolgersi a una banca alternativa, ma le logiche di questa seconda scelta scontano necessariamente gli stessi meccanismi di inerzia e la concentrazione del sistema stesso. Che si tratti più di inerzia che di scelta, sembra confermarlo il prezzo che comporta: secondo la Banca d’Italia, nel 2023 chi aveva il conto presso la stessa banca da oltre dieci anni pagava in media 123 euro l’anno, quasi il doppio dei 66 euro di chi l’aveva aperto da meno di un anno. 

Senza voler demonizzare la filiera del risparmio e i tanti professionisti che la compongono, il segreto è prestare attenzione ai servizi che vengono ricevuti, confrontare i costi, pretendere qualità e trasparenza, non tenere un atteggiamento passivo. A volte basta un po’ d’amore per i propri risparmi, qualche ora di tempo e ricordarsi che le alternative esistono. E sceglierle, oggi più che mai, fa la differenza.

Investire in strumenti finanziari comporta rischi inerenti, tra cui perdita di capitale, fluttuazioni del mercato e rischio di liquidità. Le performance passate non sono garanzia di risultati futuri. Queste informazioni hanno uno scopo puramente educativo e non devono essere considerate una consulenza d’investimento personalizzata.

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