La Cina nel 2026: tra crescita esterna e fragilità interne

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Anno nuovo, vecchie sfide. Con l’arrivo del Capodanno lunare il 17 febbraio 2026, la Cina è entrata nell’anno del Cavallo di Fuoco, animale energico e potente ma non sempre facile da governare. Di questi tempi, lo scorso anno, discutevamo di come la priorità di Pechino sarebbe stata il rilancio della crescita e della domanda interna affievolita dai problemi strutturali dell’economia. Anche nel nuovo anno, il superamento della crisi di fiducia interna resta la priorità più alta in agenda. 

Il percorso economico del Dragone negli ultimi dodici mesi assomiglia a un quadro shanshui, dove vuoto e pieno si bilanciano per creare un’armonia solo apparente. Nella pittura paesaggistica tradizionale, i paesaggi a prima vista edificanti nascondono tinte fosche e presagi oscuri. Anche nell’economia cinese di oggi convivono luci e ombre, che andranno a condizionare la storia dei prossimi dodici mesi.  

Target di crescita raggiunti grazie alle esportazioni

Partiamo dal lato positivo: l’economia cinese ha centrato in modo esatto il target di crescita del 5,0%. Il risultato offre al Partito Comunista e al presidente Xi Jinping una valida ragione per sparare i fuochi d’artificio, ma nasconde alcune fragilità strutturali. A fare la parte del leone nella crescita, infatti, è stato soprattutto l’inaspettato rimbalzo delle esportazioni. Il surplus commerciale ha superato i 1.200 miliardi di dollari, circa il 20% in più rispetto ai livelli del 2024.

Ciò è avvenuto nonostante le continue tensioni commerciali con gli Usa, con le esportazioni verso gli Stati Uniti in calo di circa un quinto. Le imprese cinesi sono riuscite a ri-orientare i flussi verso altre geografie (Sud-Est asiatico, America Latina, Medio Oriente), un risultato dovuto anche a una diplomazia economica sempre più assertiva. Nel 2025 Pechino ha intensificato la propria proiezione internazionale, rafforzando i legami economici su più fronti. Il tour asiatico di Xi in Vietnam, Cambogia e Malesia ha consolidato accordi infrastrutturali e industriali, mentre a Pechino, in occasione del forum Cina–CELAC con i leader dell’America Latina e dei Caraibi, sono state annunciate nuove linee di credito per circa 10 miliardi di dollari. Parallelamente, nel quadro del RCEP (accordo commerciale regionale) sono proseguite iniziative e incontri volti a rafforzare un blocco commerciale che oggi rappresenta circa il 30% del PIL mondiale.

La domada interna resta debole

Se le esportazioni hanno sostenuto la crescita, dal punto di vista della domanda interna i progressi, che pur si sono visti, non sono stati marcati come si sperava, anche a fronte di uno sforzo governativo continuato per rilanciare fiducia, consumi e mercato immobiliare. I dati raccontano un clima ancora prudente: se la produzione industriale è cresciuta del 5,9% nel 2025, le vendite al dettaglio non hanno tenuto il passo, crescendo “solo” del 3,7% nonostante gli incentivi. Gli investimenti immobiliari sono calati di circa il 17%, con gli investimenti in capitale fisso complessivi scesi del 3,8% (il primo calo nella storia della Cina come economia sviluppata). In un mercato del lavoro ancora debole e con sottoccupazione diffusa, le famiglie hanno mantenuto un approccio prudente, con una propensione al risparmio ancora elevata e in crescita. La disoccupazione giovanile resta intorno al 17% (16–24 anni, esclusi gli studenti) e la popolazione in età lavorativa continua a ridursi.

In questo contesto, il governo ha continuato con i programmi di stimolo per tutto il 2025. In particolare, ha tentato di sostenere contemporaneamente manifattura e consumi estendendo i programmi di rottamazione per auto ed elettrodomestici: le famiglie potevano ricevere fino a 2.000 yuan (pari a 242 euro) per alcuni acquisti. Le vendite di beni durevoli hanno beneficiato degli incentivi, al punto che in alcune aree i fondi disponibili sono risultati insufficienti rispetto alla domanda.

Tuttavia, se gli incentivi sono serviti quantomeno a supportare la domanda, l’effetto duraturo di questa politica resta incerto. Nel 2026 molti analisti temono l’effetto “payback”. Le famiglie che hanno già sostituito auto, telefoni o elettrodomestici approfittando dell’incentivo, potrebbero decidere di non spendere il prossimo anno. Se i consumi rallentassero sotto i livelli pre-sussidio, Pechino si troverebbe di fronte a un dilemma: rinnovare gli incentivi, con costi fiscali crescenti, o accettare un rallentamento.

Un ulteriore settore da attenzionare nel cosrso del prossimo anno è quello immobiliare. In crisi dal 2021, questo comparto continua a rappresentare uno dei principali freni alla fiducia. Senza una stabilizzazione del mercato delle abitazioni, difficilmente i consumatori torneranno a spendere e a sostenere l’economia. Il settore resta intrappolato tra l’esigenza di ridurre l’eccesso di leva finanziaria e quella di evitare un crollo dei prezzi che destabilizzerebbe il sistema bancario e i governi locali. Le misure messe in atto finora stanno gestendo una transazione complicata, che mira a sgonfiare una filiera che era inflazionata sino al punto di esplosione. Nel 2026 vedremo se questa transizione continuerà a pesare sull’economia o se si comincerà a vedere una luce in fondo al tunnel.   

Un nuovo piano quinquennale 

Spostando lo sguardo un po’ più oltre, il 2026 segnerà anche l’avvio del 15° Piano Quinquennale (2026-2030). Questo modo di pianificare l’economia è un lascito del sistema dirigista socialista. Se i piani del passato erano centrati su target produttivi rigidi, i programmi attuali funzionano come cornici strategiche che orientano l’azione amministrativa. Ciononostante, offrono delle indicazioni rilevanti sulla direzione verso cui il Partito vuole portare il Paese nel medio termine. 

Seppur il piano definitivo ancora non sia stato varato, si possono già scorgere alcuni elementi chiave. Il primo è l’autosufficienza tecnologica. Nelle raccomandazioni del Comitato Centrale pubblicate a ottobre scorso, Pechino parla apertamente di superare le “strozzature” che rendono l’economia esposta a shock o ritorsioni esterne. Le restrizioni occidentali hanno reso evidente la vulnerabilità cinese in alcune catene del valore critiche. Il piano probabilmente rafforzerà gli investimenti in ricerca, università, integrazione dell’Intelligenza Artificiale nei processi industriali e nell’istruzione.

Un altro tema centrale è l’ambiente. La Cina ha già raggiunto con anticipo alcuni obiettivi di decarbonizzazione e potrebbe aver toccato il picco delle emissioni nel 2024. Il nuovo piano dovrebbe consolidare l’espansione di solare, eolico e reti elettriche, creando una congiunzione tra politica industriale e transizione verde. 

Una novità del prossimo piano è l’attenzione posta verso uno sviluppo a misura d’uomo. Dopo anni in cui la crescita è stata trainata dalle esportazioni, spesso supportate da forza lavoro a basso costo, Pechino riconosce che la popolazione debba godere di più dei frutti dello sviluppo. Nella visione del Partito, il rafforzamento dei servizi sociali, dell’assistenza sanitaria, delle pensioni e dell’istruzione è funzionale proprio a ridurre il risparmio precauzionale delle famiglie.

Sullo sfondo c’è anche il delicato tema demografico. Con un tasso di fertilità intorno a 1,1 figli per donna e una popolazione in calo da quattro anni consecutivi, il tema è più che mai attuale. Il governo ha già introdotto sussidi per l’infanzia e ampliato l’offerta di asili nido, ma il problema è culturale ed economico prima ancora che finanziario. Rendere la Cina una società “family-friendly” richiede riforme profonde nel welfare, nel mercato del lavoro e nell’accesso ai servizi.

Da un punto di vista macro, resta però il nodo della coerenza finanziaria. Dopo anni di stimoli episodici e interventi emergenziali, le autorità promettono maggiore coordinamento tra politica fiscale, monetaria e industriale. Questo implica mobilitare la liquidità accumulata nel sistema bancario e trasformarla in credito produttivo e investimenti mirati, evitando al contempo una nuova spirale di debito. 

In definitiva, in questi primi mesi del 2026 la Cina si trova ad affrontare un nodo cruciale. Ha dimostrato una notevole capacità di adattamento esterno, espandendo la propria presenza commerciale e diplomatica. Ma la vera sfida resta interna: ricostruire fiducia, stabilizzare l’immobiliare e rilanciare i consumi. Se riuscirà in questi obiettivi, la crescita del 5% potrà diventare sostenibile. In caso contrario, finita la sbornia del nuovo anno, le famiglie cinesi si troveranno ancora a far quadrare il bilancio, mettendo da parte qualcosa in attesa di tempi difficili.

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