I titoli dei giornali sono occupati da notizie provenienti da scenari di guerra, la retorica nazionalista è in crescita e i budget per la difesa aumentano in tutto il mondo. Il tono bellicoso adottato da primi ministri e presidenti non fa che gettare benzina sul fuoco. Il 2025 ha visto 59 conflitti statali attivi, il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale.
Di certo, questa crescita della conflittualità internazionale non è una buona notizia, così come non lo sono le storie drammatiche che arrivano dai molti teatri di guerra e di conflitto. Commentare questi temi è sempre delicato, soprattutto se lo si fa dalla comodità della propria scrivania. Ma il nostro lavoro, come gestori, è anche quello di concentrarci sui fondamentali e cercare di capire se questa crescente insicurezza, reale e percepita, possa tradursi in un’escalation in grado di minacciare la stabilità del sistema economico globale. In questo senso, nonostante un clima di retorica sempre più duro, riteniamo che negli ultimi mesi si possano individuare anche alcuni timidi segnali positivi.
L’importanza del dialogo e della diplomazia economica
Se la sfida geopolitica viene spesso descritta dagli esperti come il preludio a una futura guerra tra blocchi, l’asse più caldo resta sicuramente quello tra Stati Uniti e Cina. Il 2025 ha però dimostrato che, quando entrano in gioco interessi economici rilevanti, il multilateralismo rimane una strada praticabile.
Ad esempio, nonostante le fiammate sui dazi e le reciproche ritorsioni, Stati Uniti e Cina hanno sempre mantenuto colloqui economici e commerciali di alto livello, culminati nell’incontro di ottobre 2025 tra Donald Trump e Xi Jinping, a cui dovrebbe seguire un ulteriore meeting nel mese di aprile. Entrambi i leader, pur mantenendo profonde divergenze strategiche, hanno adottato un tono più pragmatico. Trump ha enfatizzato la necessità di riequilibrare i rapporti economici bilaterali, denunciando pratiche considerate scorrette come i trasferimenti forzati di tecnologia e i sussidi alle imprese di Stato cinesi. Xi, dal canto suo, ha sottolineato l’importanza di una cooperazione “win-win” e della stabilità come condizione essenziale per la prosperità reciproca.
Nonostante le tensioni sottostanti, i due leader hanno cercato di ristabilire un certo grado di prevedibilità nei rapporti bilaterali. Non si sono registrati progressi concreti su dossier sensibili come Taiwan o la cybersicurezza, ma entrambi hanno ribadito l’importanza di evitare incidenti strategici e di mantenere sempre aperti i canali di comunicazione. Questo equilibrio ha contribuito a una narrazione meno conflittuale e ha creato uno spazio politico per la diplomazia economica.
In questo quadro, il dialogo suggerisce che entrambe le superpotenze percepiscono la stabilità come un beneficio reciproco. Mantenere aperti i canali di comunicazione e gestire le dispute attraverso il negoziato consente di disinnescare tensioni minori prima che possano degenerare, con un approccio pragmatico che, almeno per ora, sembra prevalere.
Il conflitto in Ucraina: germogli per una tregua?
Anche su quello che è forse il fronte più caldo dove si gioca la sfida tra grandi potenze, negli ultimi mesi sembra si siano fatti dei progressi, almeno per gettare le basi per un dialogo. Attualmente, la guerra in Ucraina resta il conflitto armato più intenso e simbolicamente rilevante del sistema internazionale. Gli scontri militari continuano a essere estremamente violenti, soprattutto sul fronte orientale, con combattimenti concentrati nelle regioni di Donetsk e Kharkiv e una campagna costante di attacchi missilistici e droni contro infrastrutture civili e militari. Secondo analisti militari e osservatori indipendenti, tra cui l’Institute for the Study of War e il CSIS, il conflitto ha assunto sempre più i tratti di una guerra di logoramento, caratterizzata da avanzate lente, costose e territorialmente limitate.
Nonostante l’elevata intensità, il conflitto rimane tuttavia geograficamente circoscritto. Non si è verificata, finora, una sua estensione diretta al di fuori del teatro ucraino né un coinvolgimento militare diretto tra Russia e NATO. Questo elemento è centrale per comprendere la natura attuale della crisi: più che una guerra globale, si tratta di uno scontro regionale ad altissima tensione, “contenuto” da precisi calcoli strategici delle grandi potenze, con entrambe le parti che sembrano calibrate per evitare escalation irreversibili.
Sul piano diplomatico, il dialogo resta fragile ma non assente. Negli ultimi mesi, si sono intensificati contatti indiretti e iniziative esplorative a tutti i livelli, con l’obiettivo di sondare la possibilità di cessate il fuoco condizionati o accordi temporanei. Le discussioni si concentrano sempre più su assetti territoriali futuri, linee di demarcazione e garanzie di sicurezza, piuttosto che su una riconciliazione politica complessiva. Anche se è sicuramente presto per lanciarsi in previsioni, questo atteggiamento pragmatico, supportato da Washington, potrebbe cominciare a dare i suoi frutti, in un contesto in cui entrambe le parti sono logorate dal lungo conflitto. Nonostante la retorica rimanga molto dura – com’è prevedibile in una fase negoziale delicata, in cui ogni parte cerca di tutelare la propria posizione – è plausibile che nei prossimi mesi emergano compromessi in grado di avvicinare una soluzione negoziale e, se non una pace duratura, almeno un raffreddamento delle ostilità. Tuttavia, la possibilità di un’escalation resta molto reale e non può essere esclusa.
Conflitti e performance azionaria
Quello del conflitto ucraino è uno schema che può essere esteso a molti dei conflitti che oggi emergono in diverse parti del mondo. Il contesto internazionale resta segnato da una molteplicità di crisi, ma senza una loro convergenza in un unico conflitto sistemico. Anche in Medio Oriente e in altre aree di tensione, le grandi potenze continuano a privilegiare strategie di contenimento e di gestione diplomatica. Il quadro complessivo è quindi quello di un mondo più instabile, ma ancora compartimentato: attraversato da molte linee di frattura, ma senza, almeno per ora, una faglia in grado di preannunciare una crisi sistemica.
Come investitori, è importante ricordare che non tutti i grandi eventi geopolitici o internazionali producono shock duraturi sui mercati finanziari. Anzi, l’analisi storica mostra che molti eventi altamente mediatizzati, incluse guerre, crisi diplomatiche o tensioni militari, hanno spesso avuto un impatto limitato, temporaneo o nullo sui prezzi degli asset. Un’analisi condotta su 21 shock geopolitici, dal bombardamento di Pearl Harbor agli attentati dell’11 settembre, mostra che i mercati azionari registrano in media un calo dell’1,2% nel giorno dell’evento e fino al 5% nel punto di minimo. Il fondo viene solitamente toccato entro circa 22 giorni e, entro 47 giorni, i mercati tendono a recuperare. In linea con questo schema, le crisi attuali hanno finora generato volatilità soprattutto nella fase iniziale di incertezza, senza però tradursi in un fattore capace di muovere i prezzi nel medio termine.
Il fattore discriminante non è quindi la gravità simbolica o politica di un evento, ma la sua capacità di intaccare i fondamentali economici. Gli shock che incidono davvero sui mercati sono quelli che rallentano la crescita, alimentano l’inflazione o compromettono il funzionamento dei mercati del credito. Eventi geopolitici isolati, anche quando particolarmente violenti, tendono invece a restare confinati ai mercati più direttamente esposti e vengono rapidamente assorbiti se non alterano le prospettive macroeconomiche.
In questo senso, è rassicurante osservare che, nonostante il clima di crescente tensione internazionale, i flussi commerciali globali si sono dimostrati resilienti e persino robusti: i dati delle Nazioni Unite indicano che i volumi degli scambi mondiali hanno raggiunto nuovi massimi nel 2025, malgrado le tensioni geopolitiche.
Un ulteriore fattore chiave è l’assuefazione dei mercati a shock ripetuti, che tendono a generare reazioni via via più contenute, man mano che l’incertezza viene progressivamente incorporata nei prezzi. Questo implica che i mercati operano sull’assunto che tali crisi non abbiano proporzioni sistemiche; un evento di natura realmente catastrofica verrebbe invece percepito come un “cigno nero”, ossia uno shock altamente improbabile ma estremamente dannoso. È anche per questo che alcune tensioni geopolitiche croniche finiscono, col tempo, per smettere di essere veri “market mover”.
Un equilibrio in evoluzione
In definitiva il 2025 è stato un anno di grandi tensioni a livello globale, ma anche l’anno in cui gli attori internazionali, accettando progressivamente il nuovo assetto multipolare, hanno iniziato a dialogare con maggiore realismo e franchezza. Le grandi potenze, pur restando rivali strategiche, hanno mostrato di preferire il confronto e la gestione del rischio allo scontro diretto. La politica internazionale, dunque, non è morta: continua a funzionare, ma dentro regole diverse, più dure e meno idealistiche. Come ricorda spesso John Mearsheimer, uno dei più noti studiosi di relazioni internazionali e principale esponente del “realismo offensivo”, nelle relazioni internazionali non conta ciò che gli Stati vorrebbero fare, ma ciò che il sistema li costringe a fare. E oggi quel sistema incentiva il contenimento più che la guerra aperta.
Detto ciò, la vigilanza resta necessaria. I rischi geopolitici sono per definizione fluidi, e un’escalation improvvisa potrebbe ancora riflettersi sui prezzi delle materie prime o sulle catene produttive globali. Tuttavia, lo scenario più probabile resta quello attuale: le superpotenze continuano a gestire le crisi attraverso sanzioni, pressioni diplomatiche e supporto militare limitato, evitando il conflitto diretto.
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