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Gestione attiva: se i costi salgono e i ritorni scendono

gestione attiva

Gli investitori non badano ai costi della gestione attiva? I ritorni ne risentono, come spiega l’ultimo rapporto Morningstar.

Si sa, i fondi sono uno strumento ottimo per  diversificare il proprio investimento e si può scegliere se optare per i fondi attivi o per quelli passivi come gli ETF.

Abbiamo spesso parlato delle differenze tra fondi comuni ed ETF così come tra gestione attiva e gestione passiva, ma ora è l’ultimo rapporto Morningstar, l’Active/passive barometer, a riaccendere i riflettori sul tema.

Secondo il rapporto semestrale, che misura il tasso di successo dei fondi americani attivi rispetto a quelli passivi, nelle relative categorie di riferimento, i fondi americani attivi starebbero perdendo terreno in favore di quelli passivi.

I fondi attivi americani infatti non riescono ad ottenere rendimenti più alti degli omologhi passivi e pare che tra le ragioni predominanti, ci sia quella dei costi elevati. «I fondi US large cap value (i meno cari) hanno un success ratio a dieci anni del 66% che scende al 18% per i comparti più costosi. In sostanza, più alte sono le spese, maggiore è la probabilità che un prodotto abbia rendimenti deludenti o venga chiuso».

In sostanza, secondo lo studio, i fondi attivi americani, costerebbero di più di quelli passivi e renderebbero di meno.

Insomma un disastro, o quasi, perché almeno sul comparto sulle small cap e il reddito fisso, i gestori possono  ancora riservare perfomance migliori rispetto ai prodotti indicizzati.

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Ma perché è così difficile battere il mercato?

La principale differenza tra gestione attiva e gestione passiva sta nel fatto che nella prima i gestori cercando di battere il mercato, nella seconda invece, si limitano a replicare un ‘indice sottostante (l’indice benchmark). Da qui un notevole stacco  in termini di costi che contrappone  per esempio fondi comuni e ETF, questi ultimi nettamente meno costosi.

Dal punto di vista degli investitori, può aver senso pagare di più nel tentativo, seppur difficile, di ottenere ritorni più alti. Ma se l’impresa diventa impossibile ha ancora senso scegliere i fondi comuni?

La ricerca accademica ci  dimostra, ormai da decenni, come solo una piccola parte di fondi riesca persistentemente a battere il mercato – ricordano i nostri esperti del team di Asset Allocation. Sono tempi duri per i gestori attivi che da un lato devono fare i conti con i costi (un 2% annuo di costi di gestione rende decisamente più difficile il lavoro al gestore che vuole sovraperformare il benchmark) e dall’altro si scontrano con informazioni ormai alla portata di tutti.

La maggior parte dei fondi si pone come obiettivo indici molto liquidi, con azioni molto scambiate e seguite; per questo tipo di strumenti finanziari l’informazione è immediatamente disponibile a tutti e, trattandosi di mercati molto efficienti, diventa difficile usare questa informazione per battere tutti gli altri gestori e quindi la sovraperformance/sottoperformance è legata al caso. Al netto dei costi di transazione a cui il gestore è sottoposto (a differenza del mercato), diventa quasi impossibile sovraperformare il benchmark sul lungo termine.

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