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Le IPO più disastrose della storia

Con la quotazione di Poste il 27 ottobre e l’arrivo di Ferrari in borsa, la stampa italiana ha riscoperto il gusto per la parola IPO (Initial Public Offering).

L’IPO consiste nell’offerta pubblica in cui le azioni di una società sono vendute al pubblico per la prima volta. In questo modo, la società passa da una struttura proprietaria privata ad una pubblica, garantendo quindi libera accessibilità al suo capitale (o a parte di esso) e maggiori standard di trasparenza.

Nella maggior parte dei casi, una società decide di farlo per raccogliere capitale, differenziando le fonti di finanziamento della propria struttura finanziaria. Ad esempio, un’IPO di successo, come quella di Google, quotandosi può raccogliere milioni o talvolta anche di miliardi di dollari che vengono utilizzati per espandere ulteriormente l’azienda.

Tuttavia è importante sottolineare che il semplice lancio di un’IPO non è sinonimo di sicuro successo. Un gran numero di aziende si sono quotate nonostante fossero stare valutate come redditizie, con modelli di business palesemente insostenibili, e guidate da consigli di amministrazione dalle dubbie competenze. Soprattutto all’inizio degli anni 2000, con l’affacciarsi sul mercato di compagnie legate al settore Tecnologico e di Internet, abbiamo assistito a una serie di società che promettevano faville, ma che sono uscite decisamente con le ossa rotte. Vediamo le più clamorose.

Webvan.

Affermatasi alla fine degli anni ‘90, come compagnia per l’acquisto e la consegna della spesa on line entro 30 minuti dall’ordinazione, raccolse 365 milioni di dollari nel 1999. Il prezzo per azione raggiunse il valore di 34 dollari, ma già da una settimana dopo la quotazione il prezzo iniziò a crollare, fino a raggiungere i 6 centesimi, portando la compagnia in bancarotta.

The Globe.com.

Negli anni ‘90 anticipò Facebook nel settore dei social media, dando la possibilità agli utenti di pubblicare i propri contenuti e interagire con persone dagli interessi simili. Il 13 novembre 1998, il giorno della sua quotazione, la società fece storia registrando il più altro rialzo in una giornata: +606% e raggiunse una capitalizzazione di mercato di 842 milioni. La società non ci mise molto a perdere il sostegno degli investitori e dopo due anni il suo valore di mercato era praticamente pari a zero.

Pets.com e eToys.

Entrambe nel business dei giocattoli, Pets.com vendeva peluches al dettaglio e grazie a massive spese di marketing, divenne molto famosa negli Stati Uniti. Dopo tre trimestri profondamente in perdita, la compagnia sparì assieme a 300 milioni e dopo 9 mesi dalla quotazione il valore era praticamente pari a zero.

eToys invece era specializzata nella consegna a casa di giocattoli, e si quotò nel 1999. L’IPO inizialmente di successo, vide le azioni salire da 20 dollari a 85 dollari il primo giorno. La compagnia non seppe resistere alla concorrenza di Amazon e Wal-Mart, più forti come presenza on-line e dopo due anni dalla quotazione il valore delle azioni era pari a zero.

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I casi italiani.

Anche in Italia abbiamo assistito ad alcuni casi eclatanti di IPO poi finite male. Ricorderete Tiscali, che con una capitalizzazione di 18 miliardi divenne nel 2000 una delle compagnie più importanti listate su Borsa Italiana, per poi vedere scendere le proprie azioni da 50 euro nel febbraio 2000 (dopo la conversione in lire a valori rettificati) a 6 euro a fine settembre 2001. Attualmente Tiscali è ancora operativa e capitalizza 110 milioni.

Emblematico è anche l’esempio di Finmatica, società produttrice di Software che nel novembre 1999 debuttò con 5 euro ad azione, fece registrare il record del 700% di performance il primo giorno di quotazione (chiudendo intorno a 40 euro). Toccò il massimo di 174,5 euro nel marzo 2000 e a settembre del 2001 l’azione valeva 8 euro.

Conclusione.

Di IPO nella storia che hanno giocato brutti scherzi al risparmiatore ce ne sono state molte. Soprattutto il settore legato a internet ha portato allo scoperto molte lacune nella trasparenza dei processi di quotazione e di valutazione delle aziende.

L’elemento comune a ogni processo di IPO disastroso è la mancanza di un management competente e finanziatori che credevano veramente nel progetto. Alcune delle società mostrate avevano idee di business molto avanti per l’epoca, ma non hanno saputo aspettare e dare le corrette tempistiche al proprio ciclo di affari.

Per questo è importante approcciarsi sempre con cautela all’investimento nelle singole azioni, perché se è vero che potenzialmente possono offrire rendimenti molto interessanti, è altrettanto vero che espongono a un rischio indubbiamente elevato. Quando non si conoscono a fondo i fondamentali dell’azienda in cui si investe e si compie puramente una scelta tecnica (dettata dai prezzi), il proprio investimento va tenuto costantemente monitorato, senza dare mai nulla per scontato.

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